Ai confini del mondo

26 06 2012

Lunedì 25 giugno. Oggi ce la prendiamo con tutta calma, dopotutto dobbiamo percorrere solo 160 chilometri (moltiplicati per 2, poiché c’è anche il ritorno). Non ci sembra vero concederci di stare a letto fino alle 8.15. Un vero lusso, come la colazione in abiti “civili”.

Farà freddino lassù, quindi ci bardiamo a dovere e, per non sbagliare, nel bauletto trovano posto anche le giacche antipioggia. Non si sa mai. La prima parte del percorso, verso est, è un po’ monotona, ma non appena arriviamo al mare tutto cambia. La corrente del corso d’acqua che dall’entroterra sfocia nel mare si scontra con quella che arriva dal largo, creando una serie di gorghi che catturano lo sguardo. Inizia l’avvicinamento a Capo Nord. Siamo emozionati e curiosi. Io ci sono già stata una ventina d’anni fa con un viaggio organizzato, ma questa è tutta un’altra esperienza e dalla moto si hanno percezioni molto più forti rispetto a un pullman granAi confini del mondoturismo.

Lungo il primo tratto di costa non incontriamo nessuno e possiamo ammirare il panorama, così simile per chilometri eppure sempre diverso. Anche qui notiamo case isolate sulla costa, alcune anche molto belle e grandi, qualcuna affacciata su piccole baie dove le acque sono di un blu e un verde intenso. Alle loro spalle, dai rilievi scendono piccoli torrenti che si gettano nel mare. Inizia la parte rocciosa, che vede una certa alternanza di formazioni lamellari, che ricordano enormi risme di carta appoggiate l’una sull’altra, e grandi massi, in qualche caso pericolanti. Incrociamo una “carovana” di camper italiani che sta scendendo… ci fa pensare alle spedizioni di “Overland”. Noi giriamo da soli, ma deve essere bello fare un viaggio come questo con un gruppo affiatato. Inizia a soffiare il vento che increspa la superficie del mare e noi abbiamo tutto il lato destro infreddolito dall’aria mentre iniziamo a salire sull’altopiano dove, tra stagni e torbiere, vediamo le renne al pascolo.

A un centinaio di metri dal centro visitatori c’è la barriera: 235 corone a testa per accedere all’area, in qualunque modo uno arrivi. Non è certo a buon mercato, ma se sei venuto fin qui, metti mano al portafogli. È mezzogiorno e non c’è quasi nessuno. Lo so, siamo in un luogo famoso per il sole di mezzanotte e per quello siamo in anticipo (o in ritardo) di 12 ore, ma per Roberto l’importante era raggiungere Capo Nord in moto, non importa a che ora. Qualche foto ricordo, incontriamo un francese che ci chiede se siamo motociclisti italiani e dice che qualche giorno fa eravamo sullo stesso traghetto (ma ne abbiamo presi talmente tanti!). Sotto il famoso mappamondo, ci fa una delle pochissime foto che ci ritrae insieme. La mia dolce metà odia chiedere a qualcuno di scattarci una foto, quindi nei nostri scatti o c’è lui, o ci sono io.

Inizia ad arrivare gente: sono i pullman che portano i turisti della Hurtigruten. Decidiamo che è il momento di rimetterci in sella. Noi il nostro Capo Nord ce lo siamo vissuto in tutta tranquillità, e così lo vogliamo ricordare. Abbiamo raggiunto la meta, e siamo alla metà del viaggio. Ora inizia la discesa.





Il fascino misterioso del Finnmark

26 06 2012

Domenica 24 giugno. Sveglia presto, colazione abbondante, carichiamo la moto e prima di lasciare l’albergo ci informiamo su dove c’è un distributore. Ce ne sono due vicino al ponte, ma ci consigliano di fermarci a una cinquantina di chilometri. Infatti, a Tromsø la benzina è particolarmente cara in quanto è stato deciso di non far pagare alcun pedaggio per l’attraversamento del ponte, ma di aumentare il costo dei carburanti.

Abbiamo deciso di modificare l’itinerario e di prendere due traghetti invece di “circumnavigare” un paio di fiordi, tagliando via un centinaio di chilometri. Al primo molo troviamo già un pullman di spagnoli che erano nel nostro stesso albergo. Stanno facendo le foto di gruppo di fronte a uno sfondo maestoso, e mi offro di scattarle io con non so quante macchine… così, almeno, ci sono tutti! Marisa, una simpatica 75enne, mi chiede da dove veniamo e, una volta a bordo, mi racconta dei viaggi che fa da anni con le persone che sono con lei. È una vera giramondo. Io metto alla prova il mio spagnolo un po’ più impolverato del solito, ma riesco a sostenere la conversazione.

Scesi dal secondo traghetto inizia la parte più impegnativa che ci conduce ad Alta, un’altra cittadina che gode della vista di un imponente ghiacciaio sulla sponda opposta del fiordo. Puntiamo drAl pascolo nella tundra norvegeseitti verso nord attraversando 90 chilometri quasi completamente di tundra. Benché ai nostri occhi questo territorio appaia alquanto inospitale, sui due lati della strada statale si diramano un discreto numero di stradine sterrate che conducono ad abitazioni solitarie, dalle semplici “log cabin” come le chiamano qui, a villette di considerevoli dimensioni circondate da qualche betulla. È una zona di pesca, ma anche di villeggiatura. Avvicinandoci a Skaidi ci accorgiamo che questa località in mezzo al nulla è oggetto di una considerevole espansione: sulle colline, celate dagli alberi, le case sono piuttosto numerose e proprio dietro al nostro albergo c’è un appezzamento dove hanno appena finito di costruire una serie di villette: dieci sono ancora in vendita a 1.300.000 corone norvegesi, circa 173.000 Euro. Dalla quantità di motoslitte che scorgiamo vicino ai cancelli e i garage appare evidente che questa zona è frequentata anche d’inverno, quando la luce diurna è totalmente assente.

Domani è una giornata importante: si va a Capo Nord, la meta del nostro viaggio.





Verso la capitale dell’Artico

24 06 2012

Il sole splende in un cielo limpido come quello che ho ammirato a mezzanotte quando, “accontentandomi” del molo davanti a casa con un orientamento geografico purtroppo sfavorevole, ho visto il mare tingersi di un rosa delicato per effetto del disco di fuoco che, al di là del monte alle mie spalle, sfiorava le acque dell’oceano.

Facciamo colazione a “casa”, carichiamo la moto e con un po’ di malinconia lasciamo Svolvaer. Ci siamo stati davvero bene e concordiamo sul fatto che sarebbe stupendo poterci tornare in inverno… così io potrei anche sciare! Queste considerazioni a parte, ci dirigiamo verso nord attraversando ancora nuovi scenari naturali: la bassa marea concede qualche metro di spiaggia bianca qua e là, i ghiacciai più grandi si specchiano nei fiordi, i monti iniziano a essere più tondeggianti e la natura è rigogliosa. Puntiamo ora verso est, attraversiamo un ponte e ci congediamo dalle magiche Lofoten per tornare sulla terra ferma, allontanandoci dalla costa. Saliamo di quota e attraversiamo un parco naturale passando vicino al “Polar Zoo”, in una stretta valle costeggiata da boschi dove le immancabili cascate che scorrono lungo le pendici dei rilievi alimentano un torrente che presto diventa un vero e proprio fiume.

Sotto i raggi del sole le diverse tonalità di verde delle chiome degli alberi sono particolarmente evidenti e, quando ci avviciniamo nuovamente ai fiordi, il riflesso dell’acqua e della neve sui ghiacciai che hanno fatto la loro ricomparsa è quasi abbagliante. Scenari completamente diversi si susseguono con una rapidità stupefacente e ancora una volta non sappiamo dove posare lo sguardo. Mentre ci avviciniamo a Tromsø, detta anche la capitale dell’Artico, ci stupiamo per la quantità di neve ancora presente a bassa quota che, sui rilievi più dolci, sembra disegnare un motivo zebrato.

Tromsø sorge su un’isola nel fiordo; la collega alla strada statale un ponte slanciato da cui si ammirano scorci suggestivi. A un’estremità si erge la candida cattedrale artica, una struttura essenziale ma elegantissima nella sua semplicità. Sull’altro lato, invece, c’è il molo d’attracco delle navi della Le linee morbide dell'architettura riprendono il profilo dei monti corcostantiHurtigruten e di quelle da crociera di altre compagnie navali. Le loro sagome sono riprese dall’architettura di numerosi grandi alberghi che affacciano sul fiordo come prue di grandi vascelli. Alle 5 del pomeriggio la città è deserta. Facciamo quattro passi per il centro e ammiriamo la biblioteca dalla forma particolare e le pareti completamente in vetro, come il municipio adiacente. Proviamo a immaginare l’effetto che fanno sui passanti in inverno, quando gli interni completamente illuminati rischiarano il buio della lunga notte artica. Ma oggi è il 23 giugno, il giorno più lungo dell’anno, e ci godiamo la luce del sole di mezzanotte.





Un mondo fuori dal mondo

22 06 2012

Il "re delle Lofoten" si specchia nelle acque del portoIniziare la giornata baciati dai raggi del sole è una piacevolissima sorpresa. Abbiamo “fatto la spesa” per far colazione nel nostro rorbu,  pertanto ce la prendiamo con tutta calma. Ieri sera, mentre aspettavamo che l’asciugatrice completasse il programma restituendoci il bucato pronto da riporre nelle borse, ne abbiamo approfittato per chiedere qualche suggerimento al ragazzo della reception e oggi andiamo un po’ a zonzo in tutto relax, raggiugendo luoghi poco frequentati dai turisti.

All’estremità sud dell’isola di Austvagoy  arriviamo al principale villaggio di pescatori dell’arcipelago: Henningsvoer si sviluppa su tre isolette collegate da due ponti e, durante la stagione della pesca, la sua popolazione di 470 anime si decuplica per l’arrivo in massa di pescatori, pescherecci e barche. Su tutto domina il monte Vagekallen, o Re delle Lofoten (942 m – se non sapessimo di essere a livello del mare, potrebbero sembrare anche 3.000), che si specchia nelle acque del porticciolo.

Proseguiamo verso l’isola più meridionale, quella forse paesaggisticamente più bella, ripercorrendo in parte a ritroso la strada fatta ieri: per me è un’ottima occasione per fare qualche foto di scorci già intravisti, mentre Roberto ha finalmente la possibilità di godersi questo panorama così selvaggiamente affascinante. La bassa marea lascia scoperte ampie porzioni di spiaggia candida e, sotto i raggi del sole, il turchese e il verde del mare sono quasi abbaglianti. Tornando da Eggum facciamo una breve sosta per mangiare un panino ammirando questo meraviglioso scenario, e la marea è già salita modificando il panorama.

Le montagne all’interno dell’isola sono parzialmente celate da qualche nuvola minacciosa, ma oggi non ci laciamo intimorire e riprendiamo prontamente la direzione del mare, dove il cielo è terso e al largo vediamo una nave della flotta della Hurtigruten che si avvicina al porto di Svolvaer annunciando il suo arrivo suonando un paio di volte la sirena. La conformazione del territorio è tale che l’eco si protrae a lungo.

Oggi il tempo vola e in un attimo, putroppo, è quasi ora di cena, che ci gustiamo in un locale sul porto dopo aver visitato “Magic Ice“, una sorta di mostra di sculture di ghiaccio illuminate da sapienti giochi di luci colorate. Tornando verso il rorbu ci soffermiamo nuovamente sul ponte che collega la “nostra” isoletta a quella principale per ammirare il panorama: verso nord vediamo una corona di monti innevati che si ergono dal mare. E’ uno spettacolo che non mi stancherei mai di ammirare.

Un tempo come questo sarebbe ideale per andare a Hov ad ammirare il sole di mezzanotte (anche se con un giorno anticipo), ma domani ci aspettano 450 km e il mio pilata, saggiamente, opta per rispettare il calendario e confidare nella clemenza del tempo a Tromso. Io tengo le dita incrociate, perché questa notte le condizioni meteo sono davvero ottimali. Staremo a vedere. Intanto, i bagagli sono pronti e noi ci godiamo le ultime ore nella nostra romantica casetta in legno affacciata sul mare delle magiche Lofoten.





Isole Lofoten: tra sogno e realtà

22 06 2012

Questa mattina ce la prendiamo con calma: appena 2 chilometri ci separano dall’imbarco per il traghetto che alle 11.15 ci porterà a Moskenes, Isole Lofoten. E allo sbarco, solo 135 chilometri per raggiungere Svolvaer, la nostra destinazione odierna. Insomma, una passeggiata.

Il cielo è grigio, ma almeno non piove. Saliamo a bordo con un certo anticipo, litighiamo con le cinghie per fissare la moto agli appositi agganci e ci viene in aiuto un simpatico olandese, che è un po’ più pratico di noi. Finalmente saliamo sul ponte. A Bodo non abbiamo visitato niente, ma sinceramente vedendola dal traghetto non abbiamo rimpianti. Siamo invece impazienti di raggiungere le mitiche Lofoten…

Avvicinandosi al “porto” di Moskenes, la prima cosa che si vede sono gli spuntoni di roccia all’estremo sud che sembrano quasi fare da vedetta. Poi, davanti ai nostri occhi si materializza la catena montuosa le cui cime sono nascoste dalle immancabili nubi. Non vediamo l’ora di scendere e andare alla scoperta di queste terre di cui tutti parlano con entusiasmo. Fortunatamente non è ancora alta stagione, per cui le strade sono abbastanza libere e io mi posso guardare intorno. Roberto ha sofferto un po’ la traversata, non è propriamente in forma e non vede l’ora di arrivare al nostro “rorbu”.

La parte più a sud è decisamente selvaggia, molto rocciosa e altrettanto suggestiva. Le montagne sbucano letteralmente dal mare che sembrano voler difendere. Nonostante il territorio “difficile”, lungo la strada vediamo un discreto numero di abitazioni tradizionali e molti animali al pascolo. In quasi tutti i giardini c’è un trampolino elastico rotondo: a quanto pare è lo sport più praticato dai bambini norvegesi!

Quando ricompare davanti ai nostri occhi, il mare ha un colore così intenso che sembra rubato alla tavolozza di un pittore. Il fondale in alcune baie è basso, la sabbia bianca fa risaltare l’azzurro e il verde che siamo abituati ad associare ai mari tropicali, o alla Sardegna, mentre le rocce sotto il pelo dell’acqua creano strani puzzle. Per la prima volta dacché siamo sul territorio norvegese scorgiamo qualche metro di spiaggia! Ci sono anche tantissimi uccelli.

Salendo verso nord in alcuni tratti i monti sono meno imponenti e le vedute più ampie, ogni curva riserva uno scorcio marino o quasi tipicamente alpino del tutto inaspettato. Bisognerebbe avere la capacità di girare il collo come i gufi o le civette per riuscire a cogliere ogni particolare. Tutto appare nuovo ai miei occhi e mi viene da pensare che, probabilmente, i bambini che iniziano a scoprire il mondo si sentono come me in questo momento: stupiti, frastornati, affascinati e curiosi.





Oltre il circolo polare artico

20 06 2012

Sandnessjoen sembra l’ultimo avamposto della civiltà prima del nulla. E anche di civiltà ce n’è poca. Partiamo molto presto perchè dobbiamo prendere 3 traghetti e, se per qualche motivo “perdiamo” una coincidenza, abbiamo sempre una seconda possibilità. Decidiamo di riporre la tenuta da pioggia nelle relative borse, ma sempre a portata di mano. Dopotutto, le previsioni non sono così tremende per la mattina. Il nostro ottimismo però non viene ricompensato, e dopo 7 km dobbiamo infilarci giacca e pantaloni antipioggia, neri come è diventato il nostro umore. Fortunatamente in traghetto possiamo stare nel salone al coperto, ma è una misera consolazione.

Ieri sono stata proprio una volpe e oggi mi trovo con una macchina fotografica scarica. Meno male che c’è il BlackBerry, ma per le foto in movimento non è il massimo, e sotto l’acqua se chiedo a Roberto di fermarsi per fare qualche scatto mi sbrana! Vorrà dire che avremo poche immagini ma, essendoci nuvole basse, in molti punti si potrebbe immortalare ben poco. Sto cercando di vedere il bicchiere mezzo pieno, ma oggi è difficile. Comunque, mentre siamo in attesa d’imbarcarci sul secondo traghetto conosciamo 3 motociclisti belgi che stanno facendo più o meno il nostro giro, ma in campeggio. Un paio si stupiscono quando raccontiamo di venire da Milano e aver percorso “solo” 3400 km fino ad ora: le loro mogli non ci pensano nemmeno a fare una vacanza viaggiando sulle due ruote. E così loro hanno una buona scusa per andarsene a zonzo tra amici per 4 settimane. Contente loro!!

A bordo del traghetto oltrepassiamo il circolo polare artico, segnalato con un mappamondo sull’isoletta a fianco della quale scivoliamo sulle acque nordiche. La natura si fa più selvaggia. Facciamo l’ultima breve traversata e poi inizia il tratto su strada. Gli ultimi 175 chilometri, sotto una pioggia scrosciante, ci conducono lungo le pendici del secondo ghiacciaio norvegese per dimensioni: uno spettacolo maestoso, che fortunatamente  le nuvole non riescono a celare del tutto ai nostri occhi. Con questo gigante di roccia e ghiaccio alla nostra destra e una miriade di isolette rocciose sulla sinistra di cui captiamo appena lo splendore di una natura alla quale non siamo abituati, ci avviciniamo alla nostra meta odierna: Bodo.

Domani è un altro giorno, e noi speriamo che anche il tempo sia un altro! Infatti, giacca e copripantaloni sono debitamente ripiegati e imbustati. Tengo le dita incrociate…





Ora capiamo benissimo perché la Norvegia è così verde!

19 06 2012

Sveglia di primissima mattina, le previsioni non promettono niente di buono e il cielo conferma: acqua a catinelle! Partiamo da Trondheim talmente imbaccucccati che, se le tute e i caschi fossero bianchi, potrebbero scambiarci per astronauti. Così, invece, abbiamo più dei palombari, e infatti ci infiliamo sotto l’acqua scrosciante puntando dritto verso nord, lungo la E6.

Sono tantissime, grandi, piccole, maestose o seminascoste, ma sempre affascinanti.

Il percorso è bellissimo: lasciati alle spalle i fiordi, ci inoltriamo tra la foresta costeggiando fiumi che, avvicinandoci alle montagne, diventano torrenti in alcuni tratti impetuosi. Sulla nostra destra è un susseguirsi di immensi laghi sulle cui sponde abbondano i campeggi, la maggior parte dei quali dispongono di “log hut” in alcuni casi persino più piccoli delle casette di legno che in Italia vediamo in tanti giardini per riporre gli attrezzi.

Motociclisti oggi ce ne sono in giro veramente pochi. Non so se siamo più matti o pirla a viaggiare con questo tempo, ma del resto, tutte le tappe sono prenotate e restare fermi non avrebbe senso. Qui il tempo varia in continuazione – in questo caso diciamo fortunatamente… così possiamo sperare in un po’ di tregua. Che arriva. Ma dopo 400 km, quando facciamo la terza  sosta tattica a Mosjoen perchè, nonostante la bardatura, siamo talmente bagnati da non sentire più gli arti e l’acqua che “cola” dal casco si è infiltrata tra il colletto della giacca antipioggia e quella sottostante che, se non sembra uscita dalla lavatrice, poco ci manca.

Beviamo una cioccolata calda e al bar ci serve un simpatico turco che ci racconta un sacco di cose e ci presenta la responsabile dell’ufficio turistico locale, la cui sede è proprio a fianco: bingo! Riusciamo ad avere tutte le informazioni sui traghetti che dobbiamo prendere domani, e anche gli orari.

Un po’ più asciutti e rincuorati perché il cielo fa sperare in una tregua, affrontiamo gli ultimi 70 km di strada che ci conduce nuovamente verso il mare e il villaggio di Sandnessjoen, mentre ai lati del fiordo i rilievi sembrano grandi panettoni levigati dalle intemperie nel corso di milioni di anni. Ovviamente, sulle vette c’è ancora la neve. Anche qui la strada entusiasma i motociclisti: il susseguirsi di sali e scendi tra le curve è proprio divertente (un po’ meno per il passeggero), e il panorama cambia dietro ogni collina.

Adesso operazione asciugatura abbigliamento tecnico, per essere di nuovo in sella domani mattina pronti per qualsiasi evenienza.