E le alci dove sono?

29 06 2012

28 giugno. Partiamo da Skelleftea alle 8. Sappiamo che la giornata sarà luSarà arte? Ai posteri l'ardua sentenza!nga, ma almeno c’è il sole, anche se l’aria è pungente. Diamo un’ultima occhiata alla piazza principale, soffermandoci un attimo sulla fontana: è vero che non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace, ma sarebbe bello se qualcuno ci spiegasse che cosa dovrebbe rappresentare… A volte ho difficoltà a considerare arte alcune creazioni. Sarò forse “antica”?

Ci immettiamo sulla E4. I primi 250 chilometri sono pesantissimi: il paesaggio è completamente uniforme, la strada attraversa un’immensa distesa di alberi ed è un susseguirsi di tratti a una e a due corsie con autovelox posizionati a distanza ravvicinata, per lo più dove il limite è di 70 km/h. Insomma, un supplizio. Decidiamo di fermarci a Örnsköldsvik per bere qualcosa presso un locale della (qui) famosissima catena di fast-food Sibylla e sgranchirci le gambe. Abbiamo fatto più di un terzo del tragitto.

Da qui in poi il paesaggio è più vario, ogni tanto la foresta lascia spazio a campi coltivati, si vedono fattorie color ocra, e animali al pascolo. Ci sono alcuni laghi e notiamo che in quasi tutti c’è nel mezzo un’isoletta circolare, non di rado con una piccola casa in legno rossa e bianca. Sulle sponde, gli immancabili campeggi. Noi, sempre sulla E4, ce li troviamo praticamente tutti sulla sinistra, senza possibilità di fermarci per scattare qualche foto degli scorci più belli perché la strada non lo consente. Appositi cartelli segnalano la presenza di luoghi ideali per la pesca e campi da golf. Ce ne sono davvero tanti. Vediamo anche decine e decine di alci, ma solo sui cartelli lungo la strada! Le speranze di Roberto di vedere un esemplare di questo incantevole animale vengono deluse anche oggi. Ma i cartelli stradali ci riservano ancora qualche sorpresa: attraversamento di motoslitte, e aerei a bassissima quota! Poco all’interno della costa svedese ci sono numerosi aeroporti le cui piste di atterraggio iniziano a poche decine di metri dal bordo della strada. Non vorrei trovarmi a passare di lì, soprattutto in moto, mentre un velivolo è in fase di decollo o di atterraggio. Mi vengono in mente certi filmati su Youtube…

Attraversiamo il parco nazionale Skuleskogen e sulle colline appaiono evidenti le piste da sci. Qui basta anche un minimo dislivello per realizzare uno skilift, rigorosamente segnalato con l’apposito cartello! A me, che adoro sciare sulla Gran Risa a La Villa o sulla Ciampinoi a Selva di Val Gardena viene da sorridere, ma qui questo passa il territorio, e comunque gli svedesi si difendono più che bene nelle gare di Coppa del Mondo di sci alpino. I trampolini, poi, non si contano. A Sundsvall decidiamo di fare una sosta in un giardino nel centro della città per sgranchirci le gambe e riposarci un po’. Di fronte al porto si erge la collina con le piste da sci e, in “vetta”, un complesso alberghiero. Anche qui, come a Molde, si scia con vista sul mare!

Siamo pronti per affrontare gli ultimi 160 chilometri, che sono piuttosto monotoni. Di recente hanno costruito un tratto di autostrada, che sostituisce la statale, e il navigatore va un po’ in tilt. Fortunatamente per arrivare a Gävle basta seguire le indicazioni per Stoccolma. Dopo 650 chilometri, quasi tutti di alberi, arriviamo in albergo e ci concediamo un tuffo in piscina e una piacevole sauna. Domani il tragitto è un po’ più breve, e speriamo che il panorama sia più diversificato.





Storforsen: il fascino magnetico della natura

28 06 2012

27 giugno. Lasciamo Gällivare piuttosto presto, ben contenti di allontanarci da questa località che ci saluta con un cielo tendente al grigio e un forte vento. Di nuovo, percorriamo oltre una cinquantina di chilometri circondati solo da alberi e qualche specchio d’acqua. Poco dopo una diga e una grande centrale idroelettrica restiamo piacevolmente impressionati da Porjus. Le belle case rosse e bianche nel tipico stile svedese sono disposte ordinatamente ai lati della strada, ognuna con il suo giardino ben curato (e quasi tutte con il trampolino elastico). Qui niente è fuori posto. Proseguendo verso Jokkmokk i laghi si fanno un po’ più estesi, sulle loro sponde compaiono le indicazioni di gradevoli campeggi  e, ogni tanto, c’è persino qualche agglomerato di case che sulle cartine viene indicato come paese.

Tra una distesa immensa di alberi, proseguiamo lungo la strada 45 per andare a inserirci sulla provinciale 374. È un percorso decisamente alternativo per andare a Skelleftea, ma la mia meta è il parco naturale di Storforsen. Ci sono stata 21 anni fa con i miei e mi è rimasto così impresso, che voglio assolutamente tornarci. Fortunatamente il tempo ci assiste e il sole emana un piacevole tepore. È ancora presto, non sono neanche le 11, e c’è pochissima gente: le condizioni ideali per ammirare un autentico capolavoro della natura. In questa regione ricca di corsi d’acqua è stato raggiunto un accordo che prevede di lasciare scorrere i fiumi senza imbrigliarli o limitarne il deflusso con dighe per produrre energia idroelettrica. È stata fatta un’unica eccezione, quindi un intervento umano c’è stato, ma di entità limitata.

Qui, a Storforsen, giungono le acque del fiume Pite che in un tratto di 5 chilometri superano un dislivello di 80 metri, 50 dei quali negli 800 metri che precedono un tranquillo specchio d’acqua. Mentre ci si avvicina all’ingresso (gratuito) del parco si sente il fragore delle rapide e delle cascate che, in questo periodo, sono particolarmente ricche d’acqua per effetto del disgelo. Già da lontano si vede l’acqua nebulizzata dopo i salti più alti. Una serie di passerelle di legno permettono di avvicinarsi quasi pericolosamente a uno scenario naturale di una bellezza maestosamente pericolosa, in quanto si percepisce chiaramente la potenza dell’acqua che scendeLe poderose rapide del fiume Pite tra le rocce creando mulinelli e gorghi che non lascerebbero scampo a nessuno. Il fascino di questo spettacolo è quasi magnetico, tanto che non mi stancherei mai di ammirarlo dai diversi punti di osservazione lungo il percorso appositamente creato a lato del fiume, che tuttavia non è per nulla invasivo. A volte succede che, a distanza di anni, si torni in un luogo con aspettative molto alte che purtroppo vengono deluse. Bene, non è questo il caso. Anzi, forse quello che vedo è ancora più incantevole di come lo ricordavo. Ed è un’esperienza che diventa ancora più coinvolgente se la si condivide con qualcuno.

A fatica e con un pizzico di dispiacere torniamo al parcheggio dove ci attende la moto e, dopo pochi chilometri scendendo verso il mare, tra gli alberi a pochissimi metri dalla strada vedo un’alce e due grandi, splendide renne. Anche se ho la macchina fotografica a portata di mano purtroppo non riesco a fare uno scatto che riprenda questi stupendi animali. È un vero peccato. Raramente se ne vedono di così belli e pacifici in libertà. Percorriamo i 50 chilometri che ci separano dalla cittadina di Pitea scrutando invano a destra e a manca nella speranza di vederne altri.

Dopo una breve sosta sul mare proseguiamo per Skelleftea. La città è invasa dalle bancarelle e dalle giostre allestite per il festival cittadino che si svolge nel centro. E forse, questa sera, lo anima un po’ troppo per i nostri gusti, visto che la nostra camera affaccia sulla piazza principale, dove è stato montato un grande palcoscenico e, a mezzanotte passata, la musica continua incessante. Domani mattina sveglia alle 6:30. Speriamo in bene… perché ci aspetta un lungo tragitto.





Ai confini del mondo

26 06 2012

Lunedì 25 giugno. Oggi ce la prendiamo con tutta calma, dopotutto dobbiamo percorrere solo 160 chilometri (moltiplicati per 2, poiché c’è anche il ritorno). Non ci sembra vero concederci di stare a letto fino alle 8.15. Un vero lusso, come la colazione in abiti “civili”.

Farà freddino lassù, quindi ci bardiamo a dovere e, per non sbagliare, nel bauletto trovano posto anche le giacche antipioggia. Non si sa mai. La prima parte del percorso, verso est, è un po’ monotona, ma non appena arriviamo al mare tutto cambia. La corrente del corso d’acqua che dall’entroterra sfocia nel mare si scontra con quella che arriva dal largo, creando una serie di gorghi che catturano lo sguardo. Inizia l’avvicinamento a Capo Nord. Siamo emozionati e curiosi. Io ci sono già stata una ventina d’anni fa con un viaggio organizzato, ma questa è tutta un’altra esperienza e dalla moto si hanno percezioni molto più forti rispetto a un pullman granAi confini del mondoturismo.

Lungo il primo tratto di costa non incontriamo nessuno e possiamo ammirare il panorama, così simile per chilometri eppure sempre diverso. Anche qui notiamo case isolate sulla costa, alcune anche molto belle e grandi, qualcuna affacciata su piccole baie dove le acque sono di un blu e un verde intenso. Alle loro spalle, dai rilievi scendono piccoli torrenti che si gettano nel mare. Inizia la parte rocciosa, che vede una certa alternanza di formazioni lamellari, che ricordano enormi risme di carta appoggiate l’una sull’altra, e grandi massi, in qualche caso pericolanti. Incrociamo una “carovana” di camper italiani che sta scendendo… ci fa pensare alle spedizioni di “Overland”. Noi giriamo da soli, ma deve essere bello fare un viaggio come questo con un gruppo affiatato. Inizia a soffiare il vento che increspa la superficie del mare e noi abbiamo tutto il lato destro infreddolito dall’aria mentre iniziamo a salire sull’altopiano dove, tra stagni e torbiere, vediamo le renne al pascolo.

A un centinaio di metri dal centro visitatori c’è la barriera: 235 corone a testa per accedere all’area, in qualunque modo uno arrivi. Non è certo a buon mercato, ma se sei venuto fin qui, metti mano al portafogli. È mezzogiorno e non c’è quasi nessuno. Lo so, siamo in un luogo famoso per il sole di mezzanotte e per quello siamo in anticipo (o in ritardo) di 12 ore, ma per Roberto l’importante era raggiungere Capo Nord in moto, non importa a che ora. Qualche foto ricordo, incontriamo un francese che ci chiede se siamo motociclisti italiani e dice che qualche giorno fa eravamo sullo stesso traghetto (ma ne abbiamo presi talmente tanti!). Sotto il famoso mappamondo, ci fa una delle pochissime foto che ci ritrae insieme. La mia dolce metà odia chiedere a qualcuno di scattarci una foto, quindi nei nostri scatti o c’è lui, o ci sono io.

Inizia ad arrivare gente: sono i pullman che portano i turisti della Hurtigruten. Decidiamo che è il momento di rimetterci in sella. Noi il nostro Capo Nord ce lo siamo vissuto in tutta tranquillità, e così lo vogliamo ricordare. Abbiamo raggiunto la meta, e siamo alla metà del viaggio. Ora inizia la discesa.





Il fascino misterioso del Finnmark

26 06 2012

Domenica 24 giugno. Sveglia presto, colazione abbondante, carichiamo la moto e prima di lasciare l’albergo ci informiamo su dove c’è un distributore. Ce ne sono due vicino al ponte, ma ci consigliano di fermarci a una cinquantina di chilometri. Infatti, a Tromsø la benzina è particolarmente cara in quanto è stato deciso di non far pagare alcun pedaggio per l’attraversamento del ponte, ma di aumentare il costo dei carburanti.

Abbiamo deciso di modificare l’itinerario e di prendere due traghetti invece di “circumnavigare” un paio di fiordi, tagliando via un centinaio di chilometri. Al primo molo troviamo già un pullman di spagnoli che erano nel nostro stesso albergo. Stanno facendo le foto di gruppo di fronte a uno sfondo maestoso, e mi offro di scattarle io con non so quante macchine… così, almeno, ci sono tutti! Marisa, una simpatica 75enne, mi chiede da dove veniamo e, una volta a bordo, mi racconta dei viaggi che fa da anni con le persone che sono con lei. È una vera giramondo. Io metto alla prova il mio spagnolo un po’ più impolverato del solito, ma riesco a sostenere la conversazione.

Scesi dal secondo traghetto inizia la parte più impegnativa che ci conduce ad Alta, un’altra cittadina che gode della vista di un imponente ghiacciaio sulla sponda opposta del fiordo. Puntiamo drAl pascolo nella tundra norvegeseitti verso nord attraversando 90 chilometri quasi completamente di tundra. Benché ai nostri occhi questo territorio appaia alquanto inospitale, sui due lati della strada statale si diramano un discreto numero di stradine sterrate che conducono ad abitazioni solitarie, dalle semplici “log cabin” come le chiamano qui, a villette di considerevoli dimensioni circondate da qualche betulla. È una zona di pesca, ma anche di villeggiatura. Avvicinandoci a Skaidi ci accorgiamo che questa località in mezzo al nulla è oggetto di una considerevole espansione: sulle colline, celate dagli alberi, le case sono piuttosto numerose e proprio dietro al nostro albergo c’è un appezzamento dove hanno appena finito di costruire una serie di villette: dieci sono ancora in vendita a 1.300.000 corone norvegesi, circa 173.000 Euro. Dalla quantità di motoslitte che scorgiamo vicino ai cancelli e i garage appare evidente che questa zona è frequentata anche d’inverno, quando la luce diurna è totalmente assente.

Domani è una giornata importante: si va a Capo Nord, la meta del nostro viaggio.





Verso la capitale dell’Artico

24 06 2012

Il sole splende in un cielo limpido come quello che ho ammirato a mezzanotte quando, “accontentandomi” del molo davanti a casa con un orientamento geografico purtroppo sfavorevole, ho visto il mare tingersi di un rosa delicato per effetto del disco di fuoco che, al di là del monte alle mie spalle, sfiorava le acque dell’oceano.

Facciamo colazione a “casa”, carichiamo la moto e con un po’ di malinconia lasciamo Svolvaer. Ci siamo stati davvero bene e concordiamo sul fatto che sarebbe stupendo poterci tornare in inverno… così io potrei anche sciare! Queste considerazioni a parte, ci dirigiamo verso nord attraversando ancora nuovi scenari naturali: la bassa marea concede qualche metro di spiaggia bianca qua e là, i ghiacciai più grandi si specchiano nei fiordi, i monti iniziano a essere più tondeggianti e la natura è rigogliosa. Puntiamo ora verso est, attraversiamo un ponte e ci congediamo dalle magiche Lofoten per tornare sulla terra ferma, allontanandoci dalla costa. Saliamo di quota e attraversiamo un parco naturale passando vicino al “Polar Zoo”, in una stretta valle costeggiata da boschi dove le immancabili cascate che scorrono lungo le pendici dei rilievi alimentano un torrente che presto diventa un vero e proprio fiume.

Sotto i raggi del sole le diverse tonalità di verde delle chiome degli alberi sono particolarmente evidenti e, quando ci avviciniamo nuovamente ai fiordi, il riflesso dell’acqua e della neve sui ghiacciai che hanno fatto la loro ricomparsa è quasi abbagliante. Scenari completamente diversi si susseguono con una rapidità stupefacente e ancora una volta non sappiamo dove posare lo sguardo. Mentre ci avviciniamo a Tromsø, detta anche la capitale dell’Artico, ci stupiamo per la quantità di neve ancora presente a bassa quota che, sui rilievi più dolci, sembra disegnare un motivo zebrato.

Tromsø sorge su un’isola nel fiordo; la collega alla strada statale un ponte slanciato da cui si ammirano scorci suggestivi. A un’estremità si erge la candida cattedrale artica, una struttura essenziale ma elegantissima nella sua semplicità. Sull’altro lato, invece, c’è il molo d’attracco delle navi della Le linee morbide dell'architettura riprendono il profilo dei monti corcostantiHurtigruten e di quelle da crociera di altre compagnie navali. Le loro sagome sono riprese dall’architettura di numerosi grandi alberghi che affacciano sul fiordo come prue di grandi vascelli. Alle 5 del pomeriggio la città è deserta. Facciamo quattro passi per il centro e ammiriamo la biblioteca dalla forma particolare e le pareti completamente in vetro, come il municipio adiacente. Proviamo a immaginare l’effetto che fanno sui passanti in inverno, quando gli interni completamente illuminati rischiarano il buio della lunga notte artica. Ma oggi è il 23 giugno, il giorno più lungo dell’anno, e ci godiamo la luce del sole di mezzanotte.





Un mondo fuori dal mondo

22 06 2012

Il "re delle Lofoten" si specchia nelle acque del portoIniziare la giornata baciati dai raggi del sole è una piacevolissima sorpresa. Abbiamo “fatto la spesa” per far colazione nel nostro rorbu,  pertanto ce la prendiamo con tutta calma. Ieri sera, mentre aspettavamo che l’asciugatrice completasse il programma restituendoci il bucato pronto da riporre nelle borse, ne abbiamo approfittato per chiedere qualche suggerimento al ragazzo della reception e oggi andiamo un po’ a zonzo in tutto relax, raggiugendo luoghi poco frequentati dai turisti.

All’estremità sud dell’isola di Austvagoy  arriviamo al principale villaggio di pescatori dell’arcipelago: Henningsvoer si sviluppa su tre isolette collegate da due ponti e, durante la stagione della pesca, la sua popolazione di 470 anime si decuplica per l’arrivo in massa di pescatori, pescherecci e barche. Su tutto domina il monte Vagekallen, o Re delle Lofoten (942 m – se non sapessimo di essere a livello del mare, potrebbero sembrare anche 3.000), che si specchia nelle acque del porticciolo.

Proseguiamo verso l’isola più meridionale, quella forse paesaggisticamente più bella, ripercorrendo in parte a ritroso la strada fatta ieri: per me è un’ottima occasione per fare qualche foto di scorci già intravisti, mentre Roberto ha finalmente la possibilità di godersi questo panorama così selvaggiamente affascinante. La bassa marea lascia scoperte ampie porzioni di spiaggia candida e, sotto i raggi del sole, il turchese e il verde del mare sono quasi abbaglianti. Tornando da Eggum facciamo una breve sosta per mangiare un panino ammirando questo meraviglioso scenario, e la marea è già salita modificando il panorama.

Le montagne all’interno dell’isola sono parzialmente celate da qualche nuvola minacciosa, ma oggi non ci laciamo intimorire e riprendiamo prontamente la direzione del mare, dove il cielo è terso e al largo vediamo una nave della flotta della Hurtigruten che si avvicina al porto di Svolvaer annunciando il suo arrivo suonando un paio di volte la sirena. La conformazione del territorio è tale che l’eco si protrae a lungo.

Oggi il tempo vola e in un attimo, putroppo, è quasi ora di cena, che ci gustiamo in un locale sul porto dopo aver visitato “Magic Ice“, una sorta di mostra di sculture di ghiaccio illuminate da sapienti giochi di luci colorate. Tornando verso il rorbu ci soffermiamo nuovamente sul ponte che collega la “nostra” isoletta a quella principale per ammirare il panorama: verso nord vediamo una corona di monti innevati che si ergono dal mare. E’ uno spettacolo che non mi stancherei mai di ammirare.

Un tempo come questo sarebbe ideale per andare a Hov ad ammirare il sole di mezzanotte (anche se con un giorno anticipo), ma domani ci aspettano 450 km e il mio pilata, saggiamente, opta per rispettare il calendario e confidare nella clemenza del tempo a Tromso. Io tengo le dita incrociate, perché questa notte le condizioni meteo sono davvero ottimali. Staremo a vedere. Intanto, i bagagli sono pronti e noi ci godiamo le ultime ore nella nostra romantica casetta in legno affacciata sul mare delle magiche Lofoten.





Isole Lofoten: tra sogno e realtà

22 06 2012

Questa mattina ce la prendiamo con calma: appena 2 chilometri ci separano dall’imbarco per il traghetto che alle 11.15 ci porterà a Moskenes, Isole Lofoten. E allo sbarco, solo 135 chilometri per raggiungere Svolvaer, la nostra destinazione odierna. Insomma, una passeggiata.

Il cielo è grigio, ma almeno non piove. Saliamo a bordo con un certo anticipo, litighiamo con le cinghie per fissare la moto agli appositi agganci e ci viene in aiuto un simpatico olandese, che è un po’ più pratico di noi. Finalmente saliamo sul ponte. A Bodo non abbiamo visitato niente, ma sinceramente vedendola dal traghetto non abbiamo rimpianti. Siamo invece impazienti di raggiungere le mitiche Lofoten…

Avvicinandosi al “porto” di Moskenes, la prima cosa che si vede sono gli spuntoni di roccia all’estremo sud che sembrano quasi fare da vedetta. Poi, davanti ai nostri occhi si materializza la catena montuosa le cui cime sono nascoste dalle immancabili nubi. Non vediamo l’ora di scendere e andare alla scoperta di queste terre di cui tutti parlano con entusiasmo. Fortunatamente non è ancora alta stagione, per cui le strade sono abbastanza libere e io mi posso guardare intorno. Roberto ha sofferto un po’ la traversata, non è propriamente in forma e non vede l’ora di arrivare al nostro “rorbu”.

La parte più a sud è decisamente selvaggia, molto rocciosa e altrettanto suggestiva. Le montagne sbucano letteralmente dal mare che sembrano voler difendere. Nonostante il territorio “difficile”, lungo la strada vediamo un discreto numero di abitazioni tradizionali e molti animali al pascolo. In quasi tutti i giardini c’è un trampolino elastico rotondo: a quanto pare è lo sport più praticato dai bambini norvegesi!

Quando ricompare davanti ai nostri occhi, il mare ha un colore così intenso che sembra rubato alla tavolozza di un pittore. Il fondale in alcune baie è basso, la sabbia bianca fa risaltare l’azzurro e il verde che siamo abituati ad associare ai mari tropicali, o alla Sardegna, mentre le rocce sotto il pelo dell’acqua creano strani puzzle. Per la prima volta dacché siamo sul territorio norvegese scorgiamo qualche metro di spiaggia! Ci sono anche tantissimi uccelli.

Salendo verso nord in alcuni tratti i monti sono meno imponenti e le vedute più ampie, ogni curva riserva uno scorcio marino o quasi tipicamente alpino del tutto inaspettato. Bisognerebbe avere la capacità di girare il collo come i gufi o le civette per riuscire a cogliere ogni particolare. Tutto appare nuovo ai miei occhi e mi viene da pensare che, probabilmente, i bambini che iniziano a scoprire il mondo si sentono come me in questo momento: stupiti, frastornati, affascinati e curiosi.